
Colloquio con Abraham Yeoshua di Luisa Arezzo [9 maggio 2008] en liberal.it
«Ma tutti questi manifestanti cosa vogliono? Di certo non la pace, altrimenti anziché scendere in piazza contro Irsaele avrebbero dovuto supportare, a gran voce, un accordo con i palestinesi. Invece no. Gridano slogan contro di noi. Ma allora, se è proprio verso il diritto di esistere di Israele che hanno da ridire, perché non sposano direttamente la causa di Ahmadinejad, perché non si accodano all’Iran? E poi, da chi sono manovrati? Chi rappresentano? La sinistra radicale italiana, una parte del mondo arabo?». Si accalora Abrham B. Yehoshua a sentir parlare di boicottaggio. E mentre si tocca nervosamente i capelli grigi, le parole gli escono fuori veloci e ad alta voce. Se li avesse qui davanti, i dimostranti, non gli lascerebbe il tempo di tirar fuori nemmeno uno striscione.
«L’Italia ha sottovalutato questi disordini, non deve averli ritenuti possibili, altrimenti non si spiega». Giustifica così, quasi con stupore, il non avere ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà da nessun intellettuale nostrano. Ma non è sorpreso: sa che durante la visita del presidente iraniano Ahmadinejad nessuno ha avuto nulla da ridire, e chiosa secco: «Le cose vanno in questo modo». Ma non è rassegnato: tutt’altro. Sono quarant’anni che usa le parole per cercare la pace, da solo e con Amos Oz e David Grossman, ovvero la triade dei massimi scrittori israeliani. E non saranno certo una manifestazione, qualche bandiera bruciata e slogan grossolani a fargli cambiare idea. Per lui, queste, sono tutte occasioni mancate.
Un’inaugurazione della Fiera a porte chiuse, per motivi di sicurezza, non è certo la maniera migliore per celebrare un evento culturale e i sessant’anni di vita di Israele.
No, certo. Ma il punto è un altro: questo è il momento di scendere in piazza per sostenere il processo di pace. Israele e Palestina lavorano strenuamente per raggiungere questo obiettivo. Siamo per la creazione di due Stati, più che manifestare a vuoto e gettare altra benzina sul fuoco dovrebbero scrivere delle petizioni, fare pressioni affinché cessino gli attacchi contro Israele. Il problema non è Torino, il problema è il Medio Oriente.
Come risponde a chi dice che sull’Europa sta soffiando un nuovo vento antisemita?
Che non sono in grado di dare giudizi perché non conosco bene la situazione. Di certo, l’antisemitismo è un problema che esiste da sempre, ancor prima dell’era cristiana. Ho scritto per Einaudi diversi saggi su questo. Però la mia impressione è che in una società pluralista come quella attuale, dove la gente è abituata a conoscere “l’altro”, l’antisemitismo possa diminuire.
Può darsi. È pur vero, però, che l’Europa nella sua Costituzione non ha voluto fare riferimento ai valori giudaico cristiani su cui si è sviluppata.
Ma oggi ci sono talmente tanti valori religiosi nel mondo - pensi solo al buddismo - e tante eredità a cui riferirsi - come quella dell’antica Grecia - che è irrilevante porre la questione. Noi sentiamo fortemente i valori giudaico cristiani, ma non sono realmente importanti. Non dobbiamo puntare il dito sull’origine dei valori, ma su quali valori puntare. E sono due: la democrazia e i diritti umani. È al Medioriente che si deve guardare, al terribile regime militare in Siria, all’assenza di libertà in Iran, all’Africa, alla Somalia, alla Birmania. All’accordo fra Israele e Palestina.
In Israele sono stati aperti i festeggiamenti per celebrare i sessant’anni della nascita dello Stato. Come sono vissuti?
Tristemente. Dieci anni fa avevamo maggiori speranze di adesso. Prenda Gaza: ci siamo ritirati e Hamas continua a sparare. Perché lo fanno? Io non credo la si debba riprendere, ma è chiaro che un simile comportamento alimenti il pessimismo. E poi stiamo affrontando un problema di endemica corruzione interna: no, decisamente questo non è il nostro periodo migliore. Anche se la cultura continua a fiorire, la tecnolgia è ad eccellenti liveli e l’economia regge abbastanza bene, c’è poco da stare allegri. Noi vorremmo un Paese migliore, con un minor divario fra le classi sociali. Ci sono molte cose da riparare in Israele.
Questa festa dimessa non è esattamente quella che mostrano i nostri media...
Eppure c’è e viene da lontano. Dal giorno in cui è cominciata la seconda intifada dopo il fallimento dei negoziati di Camp David. Due settimane in cui tutto sembrava possibile naufragate per colpa di Arafat. Poteva alzarsi e dire: questo accordo non funziona, ricominciamo. E invece no, a ricominciare sono stati gli scontri. Terribili, suicidi.
Israele sta vivendo una fase psicologicamente cruciale?
Non si tratta di capire se siamo in un momento di “buona” oppure no. Oggi in Israele ci sono 7 milioni e mezzo di ebrei, la metà della popolazione ebrea mondiale. Sessanta’anni fa contavamo solo sull’uno percento. Gli ebrei si stanno normalizzando, radicando, Israele ha buoni rapporti con 160 Paesi nel mondo, la guerra fredda e l’Urss sono alle nostre spalle. I segnali sono positivi, la democrazia si diffonde, ormai anche in America Latina. Il problema è il Medioriente e noi ne siamo parte. Ecco perché non smetterò di dire “aiutateci, siate più determinati nel risolvere questa situazione”.
Dopo il fallimento di Annapolis, l’Amministrazione Bush sta nuovamente tentando un approccio negoziale. Crede che porterà a casa qualche risultato?
No. E io condanno gli Usa per non aver saputo gestire la situazione. Però condanno anche gli altri: l’Europa e la Lega Araba: non si puà restare muti e passivi e lasciare all’America l’onere di essere l’unico protagonista. Bisogna avere il coraggio di diventare primi attori, prendere posizione e spingere verso una soluzione.
È spossato Abrham B. Yehoshua. Ma non demorde. E dopo Torino ieri una soddisfazione l’ha avuta: ha assistito al Teatro dell’Opera di Roma alla messa in scena di Viaggio alla fine del millennio, il melodramma tratto, su suo libretto, dal suo omonimo romanzo del 1999.


Esbilla
del.icio.us
































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