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Pa vencer al terrorismu fai falta conocer bien al enemigu

COMMENTARI

Sull'Islam stiamo sbagliando
di Daniel Pipes
Per battere il terrorismo è necessario conoscere bene il nemico

Risk n. 13 - ottobre 2007fl1.

Come procede la guerra al terrore? Si potrebbe considerare rincuorante il fatto che, dopo gli attentati di Londra del luglio 2005, non siano state compiute spettacolari operazioni terroristiche contro i Paesi occidentali. Predomina, comunque, un’aria di pessimismo. Ad esempio, un recente sondaggio molto pubblicizzato e condotto dalla rivista Foreign Policy su 108 esperti americani (me incluso) ha rilevato che solamente il 6 percento degli intervistati concorda sul fatto che «gli Stati Uniti stiano vincendo la guerra al terrore». Uno schiacciante 84 per cento non è d’accordo.
Questo negativismo riflette una duplice realtà: l’islamismo (all’esterno dell’Iran) è in crescita ovunque, mentre il mondo civilizzato commette errori madornali - rimproverandosi l’odio nutrito verso i musulmani, sminuendosi e rabbonendo il nemico con concessioni spesso eccessive. Per la verità, le tendenze sono diverse:


• Governi che negoziano con organizzazioni terroristiche islamiste come Hezbollah e Hamas;
• istituzioni di riferimento (i media, il mondo accademico, etc.) che accettano gli islamisti non violenti come parte della soluzione;
• la sinistra che fa comunella con l’islamismo contro il nemico capitalista/giudeo-cristiano.

Ma dal fronte della guerra arrivano anche buone notizie ed esse riguardano la crescente informazione e la diffusa consapevolezza di un numero sempre maggiore di occidentali, soprattutto di destra, in merito alla natura della guerra e del nemico. Gli americani leggono libri, guardano documentari, seguono le notizie e sono attivamente coinvolti. Ad esempio, la locuzione «guerra al terrore», ampiamente accettata sei anni fa, è oggi, in genere, considerata obsoleta poiché essa confonde una tattica con un nemico. (Sebbene il termine continui ad essere utilizzato per la mancanza di consenso su un suo possibile rimpiazzo.)

E nessun alto ufficiale statunitense oggi ripeterebbe qualcosa di simile a quanto asserito da Colin Powell, all’epoca Segretario di Stato, il giorno dopo l’11 settembre, vale a dire che gli attacchi terroristici «non devono essere considerati come un qualcosa compiuto dagli arabi o dagli islamici, ma da terroristi». Piuttosto che ricusare tale stupidaggine, i conservatori dibattono una questione che a malapena esisteva prima dell’11 settembre, ma alla quale è necessario volgere uno sguardo attento per le sue implicazioni politiche. Da una parte, si pongono quelli di noi che reputano che il mondo musulmano attraverserebbe una crisi temporanea e che si adoperano per modernizzare la sua religione, in modo che i musulmani possano prosperare. Dall’altro lato, si collocano coloro che considerano l’Islam come un culto di morte incorreggibile e cercano di bandire l’Islam e di liberarsi dei musulmani. Più in generale, l’acceso pubblico dibattito in corso riguardo l’Islam ha creato una cittadinanza molto più informata. Erano in pochi gli americani che prima dell’11 settembre conoscevano termini come jihad e fatwa, e molti di meno quelli che conoscevano il significato di parole come ijtihad, dhimmitudine o burqa. Erano ancora di meno quelli in grado di discutere di versetti coranici abrogati o che nutrivano delle opinioni in merito alla natura islamica degli omicidi di “onore”. Eppure, tali questioni vengono adesso discusse con cognizione di causa da blogger, ospiti di talk show e perfino dai dipartimenti di polizia.

Ad esempio, il dipartimento di Polizia di New York (Nypd) lo scorso mese ha diffuso un impressionante rapporto dal titolo Radicalization in the West: The Homegrown Threat (Radicalizzazione in Occidente: la Minaccia Interna, ndr.), che mostra come il terrorismo sia opera di predecessori intellettuali islamici. Da dove nasce, secondo il Nypd, questo processo di radicalizzazione? «L’ideologia jihadista o quella jihadista salafita è il motore che motiva» i giovani musulmani nati nei Paesi occidentali a prendere parte al terrorismo contro i loro stessi Paesi. Sei anni fa, nessun rapporto di polizia avrebbe contenuto una simile asserzione - e men che meno avrebbe utilizzato termini come «ideologia jihadista salafita». È interessante osservare come il dipartimento di Polizia di New York ammetta che ci sia voluto del tempo per raggiungere un livello così sofisticato: «Se un tempo avremmo individuato l’indicatore iniziale della minaccia nel punto in cui un terrorista o un gruppo di terroristi avrebbe di fatto pianificato un attacco, adesso abbiamo spostato la nostra attenzione verso un punto più antecedente», alle origini del processo di radicalizzazione. Malgrado questi numerosi progressi, i commentatori liberal reiterano delle affermazioni inesatte in merito al fatto che «tutti gli americani» soffrono di «un’ignoranza crassa e smisurata in materia di Islam» (proprio come ironicamente asserito da Rabbi Eric H. Yoffie, presidente dell’Union for Reform Judaism, a una convention islamista).

A mio parere, l’esito della “guerra al terrore” avrà meno a che fare con i progressi nell’avionica o con i colpi maestri dell’intelligence, piuttosto esso dipenderà dal grado di comprensione che i popoli civilizzati avranno della natura del loro nemico e se si coalizzeranno per combatterlo. Il che significa rammentare ai liberal, come asserisce il canadese Salim Mansur, che «la democrazia liberal non è da meno in quanto ad aspetti militanti rispetto all’ideologia islamista». Che cosa ha in serbo il futuro: lo slogan coniato nel 2001 «Uniti vinceremo» oppure le fratture più profonde del presente?
La risposta potrebbe essere decisiva. I precedenti storici mi offrono qualche motivo per essere ottimista, poiché finora le democrazie occidentali hanno prevalso. Affinché ciò continui ad accadere, conoscere l’Islam e i musulmani sarà parte della preparazione necessaria.

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