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Los profesores alertan de la influencia negativa del gallego en la fala

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Clase de fala, ayer, en el colegio naviego Ramón de Campoamor. a. m. s.

LNE. Los docentes denuncian dificultades para enseñar al estar el alumnado «contaminado» con la televisión de la comunidad vecina
Tapia / La Caridad / Navia,

Ana M. SERRANO

Los profesores de fala o gallego-asturiano no están satisfechos con la intención del Gobierno de Galicia de extender la emisión digital de la televisión gallega parte del Occidente. Aseguran que la programación televisiva de la cadena de la comunidad vecina ejerce una influencia negativa en los estudiantes de fala. «Tienen una contaminación importante y cada vez es más difícil enseñar nuestro idioma. Son muchas las confusiones», mantiene Aurora Bermúdez, profesora de gallego-asturiano en varios centros de la comarca. Bermúdez reseña, además, que la programación infantil de la cadena gallega «es muy atractiva y las expresiones que aprenden en la tele es muy difícil corregirlas después en las aulas».

La profesora y también directora del instituto de Tapia de Casariego, María José Fraga, mantiene también que la influencia del gallego genera «muchas dudas y confusiones en el alumnado». Y también un riesgo: «Que nuestra cultura, en materia de idioma, vaya a menos».

Según dice, la intención de la Xunta de Galicia de extender su televisión autonómica, en formato digital, a la zona del Eo-Navia tiene que ver exclusivamente con su política lingüística, y no con una propuesta altruista para ofertar un canal televisivo más dentro de las posibilidades que permiten las nuevas tecnologías, como la digital.

«Creer que en la comarca Eo-Navia es lo mismo la televisión gallega que la andaluza es hacer un análisis muy simplista de la realidad», critica, en referencia a las declaraciones que el pasado martes realizó la directora general de Política Lingüística del Principado, Consuelo Vega, y varios alcaldes de la zona, quienes ven televisión gallega como un canal más dentro de la amplia oferta de la Televisión Digital Terrestre.

«Que la televisión gallega emita y quiera emitir en esta zona tiene muchas connotaciones. La primera, que ellos creen que aquí se habla gallego y que deben extender su política lingüística, en la medida de sus posibilidades, a esta zona asturiana», añade María José Fraga. De la misma opinión es Conchita Alonso, profesora de fala en el colegio público Ramón de Campoamor, de Navia. Alonso asegura que la influencia de la televisión gallega en la fala «es muy importante», pero dice que es el Principado el que debe actuar: «Desde la Xunta lo hacen y nosotros nos preguntamos quién toma aquí decisiones».

Asturias protesta polo plan de espallar a TDT galega

A NOSA TERRA. A directora xeral de Política Lingüistica do Principado, Consuelo Vega, recordoulle o martes ao presidente da Xunta, Alberto Núñez Feixóo, que as competencias entre Asturias e Galiza 'rematan nos límites exactos dos territorios'.

Vega realizou esta advertencia, en declaracións a Europa Press, despois de que o xefe do Executivo galego manifestase a súa intención de "estudar" a posibilidade de estender o sinal da televisión galega a comunidades limítrofes, Asturias entre elas.

"Confiamos en que, tras estudalo, chegue a unha conclusión sensata", engadiu a responsábel asturiana en materia de Política Lingüistica.

Consuelo Vega diferenciou dúas cuestións. Sinalou que por unha parte, os avances técnicos permiten hoxe en día ver en Asturias non só a televisión galega, senón a andaluza ou a francesa, igual que existen xornais dixitais do mundo. "Isto é algo positivo, beneficioso e enriquecedor", apuntou.

Por outra banda, destacou Vega, se se fala dunha decisión "consciente e programada" do Goberno dunha Comunidade Autónoma para influír lingüística ou culturalmente en territorio doutra comunidade, "estamos ante unha situación distinta". "Confiamos en seguir co mesmo espírito de respecto e colaboración", apostilou.

BABAYAES PROGRES: "al que lleva toda la vida consumiendo el agua de una fuente que no tiene las características que te marca la legislación de potabilidad, pero que lleva consumiendo toda la vida, no le va a pasar nada"

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Increyible pero cierto de toa certeza. D'esta manera, y refieriéndose a la potabilidá del agua en delles fontes del conceyu xixónes, falaba en febreru la conceyala socialista Dulce Nombre de María Gallego Canteli. Ye más, reproducimos íntegramente tan 'científica' opinión: " Vamos a ver, al que lleva toda la vida consumiendo el agua de una fuente que no tiene las características que te marca la legislación de potabilidad, pero que lleva consumiendo toda la vida, no le va a pasar nada, y te va a decir que está buenísima, claro que sí, y no le pasa nada, pero el que viene a lo mejor esporádicamente y se acerca a la fuente y coge agua y la consume y no está acostumbrado puede tener problemas". Y se quedó tan pancha. Lo d'esta progresía nun tien igua, dicen la mayor burrada como si fuere lo más normal y nin reconoz l'enquivocu nin pide perdón. Progresía soberbio y indocumentao, ye lo que nos 'gobierna'.

El Corriere della Sera informa del peligru integrista que s'amataga tres de l'apaición n'España del partíu islamista PRUNE

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PERCHE’ PREOCCUPA L’ANNUNCIO SPAGNOLO

Se l’Islam diventa partito

La politica demo­cratica è struttu­ralmente vincola­ta a un orizzonte di breve periodo. La natu­ra del sistema democrati­co spinge gli uomini poli­tici ad occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre grane, quelle che già si intravedo­no ma che ci arriveranno addosso solo domani o dopodomani non posso­no essere prese in consi­derazione. A differenza di ciò che fa la migliore me­dicina, la politica demo­cratica non si occupa di prevenzione. Se così non fosse, una notizia appena giunta dalla Spagna do­vrebbe provocare grandi discussioni entro le classi politiche di tutti i Paesi eu­ropei, Italia inclusa. La no­tizia è che, come era pri­ma o poi inevitabile che accadesse, c’è già su piaz­za un partito islamico che scalda i muscoli, che è pronto a presentarsi con le sue insegne nella com­petizione elettorale di un Paese europeo. Si tratta del Prune, un partito fon­dato da un noto intellet­tuale marocchino, da an­ni residente in Spagna, Mustafá Bakkach.
Ufficial­mente, il suo intento pro­grammatico è di ispirarsi all’islam per contribuire alla rigenerazione morale della Spagna. In realtà, cercherà di difendere e diffondere l’identità isla­mica. Avrà il suo battesi­mo elettorale nelle elezio­ni amministrative del 2011. Se otterrà un succes­so, come è possibile, solle­verà un’onda (ce lo dico­no i flussi migratori e la demografia) che attraver­serà l’intera Europa. L’ef­fetto imitativo sarà poten­te e partiti islamici si for­meranno probabilmente in molti Paesi europei. A quel punto, la strada della auspicata «integrazione» di tanti musulmani che ri­siedono in Europa diven­terà molto ripida e imper­via. Perché? Perché la scel­ta del partito islamico è la scelta identitaria, la scelta della separazione, dell’au­to- ghettizzazione. Si po­trebbe anche dire, para­dossalmente, che quando nasceranno i partiti isla­mici sarà possibile valuta­re davvero quale sia, per ciascun Paese europeo, il reale tasso di integrazio­ne dei musulmani. Per­ché è evidente che il mu­sulmano integrato (per fortuna, ce ne sono già moltissimi), quello che vi­ve quietamente la sua fe­de e non ha rivendicazio­ni identitario-religiose da avanzare nei confronti del­la società europea in cui risiede e lavora, non vote­rà per il partito islamico. A votarlo però saranno co­munque molti altri, sia per adesione spontanea (in nome di un senso di separatezza identitaria) sia a causa della pressio­ne degli ambienti musul­mani che frequentano.

Al pari del partito isla­mico spagnolo, si capisce, ogni futuro partito islami­co europeo dichiarerà (e non ci sarà ragione di cre­dere il contrario) di rifiu­tare la violenza. Non po­trà infatti rischiare (pena il fallimento del progetto politico) vicinanze o con­taminazioni con cellule terroriste più o meno atti­ve o più o meno dormien­ti in Europa. Ma ciò non toglie che l’ideologia dei partiti islamici sarà co­munque quella tradiziona­lista/ fondamentalista.

Sarà l’ideologia della cosiddetta Rinascita islamica, impregnata di valori antioccidentali e, alla luce del metro di giudizio europeo, illiberali. Si tratterà di forze illiberali che useranno la politica per strappare nuovi spazi, risorse e mezzi di indottrinamento e propaganda. Per questo, il loro ingresso nel mercato politico-elettorale europeo bloccherà o ritarderà a lungo l'integrazione di tanti musulmani. Che fare? La politica democratica non può facilmente difendersi da questa insidia. Però le possibilità di successo o di insuccesso dei partiti islamici nei vari Paesi europei dipenderanno da un insieme di condizioni.

Conteranno certamente anche le maggiori o minori chances che ciascun singolo musulmano avrà di ben inserirsi nel lavoro, e di poter accedere, per sé e per la propria famiglia, a condizioni di benessere (ma guai a credere che basti solo questo per annullare le spinte identitarie). Conteranno anche, e forse soprattutto, le caratteristiche istituzionali dei vari Paesi europei. Si difenderanno meglio, io credo, le democrazie dotate di sistemi elettorali maggioritari (che rendono difficile l’ingresso di nuovi partiti) rispetto a quelle che usano l’una o l’altra variante del sistema proporzionale.

La Gran Bretagna ha commesso errori colossali con la sua politica verso l’immigrazione musulmana. Il suo scriteriato «multiculturalismo» ha finito per consegnare all’Islam, e anche all’Islam più radicale, importanti porzioni del suo territorio urbano (al punto che oggi la Gran Bretagna deve persino fronteggiare il fenomeno dei numerosi cittadini britannici, di lingua inglese, che combattono in Afghanistan insieme ai loro correligionari talebani). Tuttavia, quegli errori sono forse ancora rimediabili. Il sistema maggioritario rende infatti molto difficile l’ingresso nel mercato politico britannico di un partito islamico. Diverso è il caso dei Paesi ove vige la proporzionale nell’una o nell'altra variante: l'ingresso è relativamente facile e la politica delle alleanze e delle coalizioni, tipicamente associata ai sistemi proporzionali, garantisce influenza e potere anche a piccoli partiti. Una circostanza che i futuri partiti islamici potranno sfruttare a proprio vantaggio. Da antico, e non pentito, sostenitore del sistema maggioritario penso che quella qui descritta rappresenti una ragione in più per adottarlo.

Angelo Panebianco

La vergoñosa política esterior del gobiernu socialista español sigue siendo fonte de problemes / EL MUNDO: la Royal Navy practica el tiro con una bandera española

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 Tensión en el Estrecho

La tensión lejos de alejarse, avanza a pasos agigantados. La situación en el Estrecho no se enfría sino que está cada vez más caldeada.

Los incidentes entre la Guardia Civil y las patrulleras de la Armada británica en los alrededores de Gibraltar se suceden. El último se produjo el martes y tuvo como protagonista a la bandera española.

Según explicaron fuentes del Instituto Armado, una patrullera de la Guardia Civil descubrió a otra de la Royal Navy recogiendo una boya con la bandera de España.

Según estas fuentes, los británicos recogieron sus enseres al detectar la presencia de la Guardia Civil.

Hasta ese momento habían estado realizando prácticas de tiro contra la bandera española.

Según el relato de la Guardia Civil, el incidente se produjo sobre las 13.00 horas del pasado miércoles, a unas siete millas náuticas de Punta Europa (el punto más meridional del Peñón). La nave británica, al ver acercarse a la patrullera española, lanzó advertencias por megafonía: "No pueden estar ustedes aquí, son aguas internacionales".

OTRU ESCÁNDALU SOCIALISTA: El diariu La Gaceta espubliza n'esclusiva la semeya onde Rubalcaba amenaza a dos diputaos populares cola frase "Veo lo que haces, oigo lo que hablas" / Editorial del periódicu sobre esti grave socedíu

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Momento en que Rubalcaba advierte a los diputados Pons y Floriano en el Congreso. / Chema Barroso

Rubalcaba avisa: "Veo lo que haces, oigo lo que hablas"

Madrid.- Martes negro para el PSOE y su Gobierno. El ministro Alfredo Pérez Rubalcaba pierde los papeles (según la versión de los populares), y provoca al diputado Carlos Floriano por su petición de explicaciones sobre Sitel. Rubalcaba lo niega aunque no desmiente el insulto. El Ejecutivo socialista tampoco acierta en su defensa de la gestión del secuestro del atunero Alakrana y arremete contra la oposición en boca de María Teresa Fernández de la Vega y José Antonio Alonso, situando al PP junto a los piratas. A la deriva, al PSOE se le fue ayer de las manos una sesión de control en la que tampoco faltaron preguntas sobre la crisis económica y la imputación de Diego López Garrido. Asimismo, el fiasco del Índico, felizmente resuelto pero aún con mil incógnitas pendientes, une a los populares con partidos como CiU o el PNV, que no renuncian a pedir responsabilidades al Gobierno.

Si es cierto, dimisión o destitución

El Gobierno está de los nervios y, es curioso, el hombre sereno, experimentado, el que en las ocasiones más severas ha permanecido impasible, explotó ayer con un aviso y una amenaza que aportan una enorme claridad al escándalo Sitel. Como contamos ampliamente hoy, y según afirman los interesados del PP, le advirtió a un diputado de este grupo: “Te veo y te escucho todo”.

La frase, que tiene distintas interpretaciones en boca de los afectados de una u otra parte, es, en todo caso, un monumento a la inoportunidad ahora que en España hasta los que nunca serían espiados se sienten así. Y, claro está, cuando nada menos que un ministro del Interior como Pérez Rubalcaba reconoce desde lo más recóndito de su ira subconsciente que “ve y escucha” todo lo que hace y dice su interlocutor, hay que temerse lo peor. Sobre todo si, como es el caso, el rifirrafe viene a cuento de un asunto revelado directamente por LA GACETA, como es el Sitel, donde se pone en tela de juicio nada menos que un sistema de espionaje que permite en teoría al poder político conocer los vericuetos más íntimos o comprometidos de la vida de cada quien.

Si, además, ocurre que los protagonistas de este episodio acaban de pelearse parlamentariamente por el mismo asunto (por cierto, en el hemiciclo el ministro, sin micrófono, también se las tuvo tiesas con Esteban González Pons), la preocupación crece a la enésima potencia. Rubalcaba, ufano hasta la imprecación, asegura que mientras él permanezca en el cargo no va a haber ley orgánica alguna para regular precisamente el funcionamiento de Sitel, algo que, por lo demás, venimos pidiendo editorialmente en este periódico desde que desvelamos el escándalo. En estas circunstancias, la advertencia, de ser cierta, de Rubalcaba al diputado extremeño Carlos Fiorano y su posterior invectiva adquieren perfiles de notable gravedad. Por lo pronto, de la conducta del ministro, según la cuentan los implicados, se deriva un reconocimiento explícito de un posible delito: escuchar ilegalmente las conversaciones de una persona y contemplar su propia vida sin mandato judicial alguno. La única salida de Rubalcaba es que, como luego dijo ayer, se refiriera únicamente a “ver” en la televisión y “escuchar” en la radio.

Pero, por salirnos del deplorable caso concreto que estamos contando en LA GACETA, la política del Gobierno en el asunto de Sitel consiste, por un lado, en negar la evidencia; o sea, en desmentir que este sistema de vigilancia intensiva pueda ser utilizado para espiar a cualquier ciudadano y, por otro, en insistir en que no existe la menor posibilidad de promulgar una ley orgánica para regular el funcionamiento de dicho sistema. Respecto al primer elemento, posee un crédito muy endeble: ayer mismo recogíamos en este diario el testimonio de un ciudadano que fue vigilado durante tres meses por una mera confusión. Sólo esta declaración debería valer para poner en solfa las pertinaces negativas del Gobierno en aceptar la evidencia. En cuanto al segundo, hay que preguntarse: ¿por qué el Gobierno no quiere “legalizar” a Sitel? La sospecha es mayoritariamente clara, incluso entre jueces y fiscales: porque quiere seguir utilizándolo a su conveniencia.

Volvemos al principio: el Gobierno está de los nervios. Otra muestra es la de la vicepresidenta María Teresa Fernández de la Vega, cuya reacción trastornada a las acusaciones del PP sobre la inepcia gubernamental con el Alakrana revela también un estado político y psicológico desaconsejable para dirigir el país. Estamos, pues, de acuerdo con la reprobación que plantea el Partido Popular. Lo de Pérez Rubalcaba tiene un tratamiento más específico aún: si es cierto que ha avisado a los diputados populares de que les “ve” y les “escucha” (y no solo por la radio y la televisión) Rubalcaba o debe dimitir o tiene que ser destituido: una bravata así no puede permitirse.

LA GUINEA ECUATORIAL, CORRUPCIÓN ENSIN FRONTERES / TEODORÍN, EL "PRÍNCIPE" DE MALIBÚ

fonte: La Guinea Ecuatorial

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El hijo del dictador Teodoro Obiang Nguema disfruta en Estados Unidos de la opulenta vida de una estrella de Hollywood. El Departamento de Justicia norteamericano dispone de detalladas evidencias sobre el origen corrupto de su fortuna

Como ministro de Agricultura y Bosques de Guinea Ecuatorial, el salario de Teodorín Nguema Obiang Mangue es de unos 3.000 euros al mes. Pero en Estados Unidos, a donde viaja varias veces al año con pasaporte diplomático, el hijo favorito del dictador de la ex colonia española mantiene un multimillonario estilo de vida que no cuadra con sus limitados ingresos. Ni tampoco con la política oficial de Washington de negar visados de entrada a cualquier gobernante sospechoso de corrupción y sus familiares.


De acuerdo con una informal declaración de patrimonio publicada ayer por el «New York Times», Teodorín dispone en California de una apabullante mansión. Propiedad situada en primera línea de la playa de Malibú, con un valor estimado en 23,5 millones de euros. Y para satisfacer sus necesidades de transporte, el hijo de Obiang disfruta de la comodidad de un jet privado, modelo «Gulfstream V», de los que cuestan más de 25 millones de euros.

Un millón por excursión

Además, según estas sospechosas cuentas, Teodorín sufre una cierta debilidad por los coches de súper-lujo. Con un exclusivo parque móvil compuesto por cuatro ferraris, tres rolls-royces, dos maybachs y, por supuesto, un bentley. Además de un par de lanchas motoras para completar un estilo de vida por tierra, mar y aire más propio de una rutilante estrella de Hollywood. Sin olvidar el detalle de que para financiar cada una de sus escapadas, el supuesto sucesor de Obiang se trae un millón de dólares en metálico y sin la debida declaración.

Toda esta opulencia no ha pasado desapercibida ni al Departamento de Justicia ni a la agencia federal ICE, encargada de inmigración y aduanas. Hasta el punto de generar hace un par de años una pesquisa que llegó a la conclusión de que la riqueza exhibida por Teodorín tenía su origen en «extorsión, robo de fondos públicos u otras conductas corruptas» vinculadas al descubrimiento hace década y media de grandes reservas de petróleo y gas en las costas de Guinea Ecuatorial.

El «sueño americano» de Teodorín, financiado también con un «impuesto revolucionario» sobre la riqueza forestal de su país, contrasta con la legislación federal de EE.UU. y una directiva del presidente Bush, que prohíbe otorgar visados de entrada a altos cargos extranjeros corruptos y su parentela. Restricciones que no requieren sentencias judiciales firmes.

Aunque el Departamento de Estado no ha querido dar explicaciones oficiales sobre el visado de Teodorín, altos cargos diplomáticos en activo y retirados han destacado los intereses de grandes empresas petroleras de Estados Unidos en Guinea Ecuatorial. Con una producción de casi 400.000 barriles de crudo al día, canalizada a través de compañías como ExxonMobil, Hess y Marathon.

Malestar del Congreso

John Bennet, embajador estadounidense en Guinea Ecuatorial entre 1991 y 1994, recalcó que la tolerancia demostrada hacia Teodorín se explica sólo por intereses petroleros. Según el diplomático, Washington está haciendo la vista gorda a la corrupción y represión del régimen de Obiang por cuestiones de energía. Doble rasero en evidencia al compararse, por ejemplo, con las restricciones impuestas a otro régimen africano como Zimbabue, sin recursos petrolíferos.

Todas estas acusaciones de interesado favoritismo estarían sentado especialmente mal entre ciertos sectores del Congreso de Estados Unidos. Con insistencia en que la negativa de visados fue inspirada precisamente por dictaduras corruptas como la de Obiang en Guinea Ecuatorial.

Elecciones bajo la amenaza de fraude


El próximo 29 de noviembre se celebran las presidenciales en la ex colonia española.

El dictador Teodoro Obiang, que derrocó a su tío Francisco Macías con otro golpe de Estado en 1979, es de nuevo el candidato del Partido Democrático de Guinea Ecuatorial (PDGE). La formación ocupa 99 de los cien escaños del Legislativo.

Convergencia para la Democracia Social (CPDS) El principal partido de la oposición, que dirige Plácido Micó, ha denunciado que su caravana electoral ha sufrido «agresiones» de militantes del partido del dictador.

«Carecen de fundamento», ha sido la respuesta del PDGE sobre las agresiones denunciadas por el CPDS.

El ministro portavoz, Jerónimo Osa Osa Ekoro, acusa a Micó de presentar un programa «lleno de falsos tópicos», como que se vive con menos de un dólar al día.

El réxime del dictador Castro a piques d'escachar: "El 75% de los cubanos, por el cambio político"

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El 75 por ciento de los cubanos está a favor de una transformación política fundamental en la isla, mientras que el 86 por ciento por realizar cambios económicos

El IRI realizó un sondeo el verano pasado con una muestra de 432 cubanos residentes en 12 provincias de la isla a quienes se les preguntó, entre otros aspectos, sobre sus preferencias en caso de que se les diese la oportunidad de ir a las urnas a votar en una consulta sobre hipotéticos cambios políticos y económicos en Cuba. "Los datos revelan una fuerte insatisfacción entre los cubanos hacia su liderazgo y una preferencia a favor del cambio político y económico", explicó el presidente del IRI, Lorne Craner, en declaraciones citadas en el portal del instituto.

Sobre los cambios políticos que ha hecho el Gobierno de Raúl Castro durante año y medio de gestión, el 82 por ciento de los cubanos (cuatro de cada cinco) expresó sentirse insatisfecho con la actual administración y "no creen que la situación marcha bien", señala el informe. El 53,5 por ciento de los cubanos encuestados consideran que la situación en Cuba va "mal" o "muy mal", mientras que un 28,9 por ciento dice que "más o menos". Apenas un 16,9 por ciento cree que la situación en la isla está "bien" o "muy bien".

"Los cubanos están tan frustrados y pesimistas como nunca antes", expresó el director del programa latinoamericano del Instituto, Alex Sutton, al explicar que sondeos anteriores mostraron un "pequeño aumento" de la confianza de la población hacia Raúl Castro. Pero ahora "una amplia mayoría de los cubanos, si se les diera la oportunidad, votarían por un cambio político fundamental. Los cubanos están insatisfechos. Quieren cambios políticos y económicos", aseveró Sutton en declaraciones citadas por el diario 'El Nuevo Herald'.

Artículu de José Antonio Sentís: Éxito del Proceso de Paz con los piratas

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EL IMPARCIAL. La satisfacción demostrada por el Gobierno en boca de sus principales representantes, Zapatero y de la Vega, por la liberación del Alakrana tras el pago de un módico rescate de dos millones trescientos mil euros es digna de un estudio psicológico.

Es cierto que este Gobierno, comprobada su incapacidad en la gestión pública, basa su éxito en la gestión de su propaganda. Por eso, con toda desfachatez, han vendido a la opinión pública como éxito lo que no es más que la cesión ante un chantaje. Y no digo que en ocasiones no se pueda doblegar alguien por causa mayor, sino que lo que no puede hacer es ponerse medallas por hacerlo.

Se puede decir: hemos garantizado la vida de los marineros a cambio de rescate, pero nos molesta mucho haber tenido que someternos. Lo que no se puede decir es: qué bien lo hemos hecho, somos los más hábiles a la hora de la genuflexión ante la piratería.

Pero, no. Aquí tenemos al Gobierno triunfante en su debilidad. Sólo coordinado cuando el asunto ha acabado por la vía del pronto pago, pero indeciso, chapucero, temblequeante y enfrentado internamente cuando encontró el problema sobre la mesa. Cuando no manipulador, mentiroso, opaco y torpe.

Pues si el Gobierno dice que compartamos la alegría de los liberados y sus familias, con toda la razón la compartiremos. Pero si quiere apuntarse otro tanto político por hacer lo que a cualquier ignorante se le ocurre (ceder a un chantaje) eso ya es hacernos tragar otra rueda de molino. Para esa decisión no hace falta excesivo entrenamiento, porque se aprende de pequeñito en el colegio.

Y puesto que el Gobierno ha decidido pagar (con un poco más de dinero se hubiera podido quedar con Somalia) y ha decidido no perseguir a los piratas, porque ya los perseguirá después, según De la Vega, sólo nos queda congratularnos de que Zapatero no haya quedado tan agradecido a los secuestradores como para entregarles alguna condecoración nacional, que es lo menos que correspondería a un síndrome de Estocolmo presidencial tan palmario. En todo caso, hay que desmentir formalmente ese rumor. No se condecorará a los piratas, por el momento.

O bien, Zapatero no sufre síndrome de Estocolmo, es decir, la sumisión activa a los chantajistas, sino que, por el contrario, nos ha transferido a todos ese síndrome. Para que España entera, presa de alivio por la supervivencia de los nuestros, simpatice con el Gobierno que los ha liberado sin preguntarse cómo lo ha hecho, ni qué significado ni qué repercusiones tendrán lo que ha hecho.

Finalmente, para la iconografía subconsciente, Zapatero se ha presentado como el capitán Trueno liberando a Sigrid. Sólo nos queda alegrarnos de que los piratas no pidieran Córdoba a cambio del Alakrana. Pero démosles tiempo, que todo llegará.

En todo caso, la gestión del conflicto sobre el Alakrana explica muy gráficamente por qué Zapatero quiso negociar con Eta, por qué Zapatero cedió políticamente ante Eta, y por qué se hubiera sometido a cualquier chantaje de Eta. Y si no pudo hacerlo fue porque la propia Eta, mucho menos inteligente que la piratería somalí, no tuvo paciencia.

Aquella historia le salió mal a Zapatero y, sobre todo, le salió mal a Eta. Pero, por fortuna, el Proceso de Paz con la piratería ha tenido un éxito incuestionable.

Postdata simbólica
¿Con qué bandera volverá el Alakrana a aguas españolas? ¿Con la ikurriña o con la española?

Artículu de Guillermo Daniel Olmo n'ABC: El primer héroe de la Roja fue un abertzale

belauste2.jpgABC. Corría el año 1920. Para representar a España en los Juegos Olímpicos de Amberes, se formó la primera selección nacional de fútbol. La integraban mitos del balompié patrio como el arquero Ricardo Zamora, Josep Samitier, una de las leyendas fundamentales del barcelonismo, o Rafael Moreno «Pichichi», aguijón en ataque del imparable Athletic de Bilbao de la época. Al principio, la recién nacida selección española cayó en cuartos de final ante la anfitriona Bélgica, una escuadra potente que se alzaría con el oro, pero aquella nuestra primera vez el fútbol nos dio una segunda oportunidad. En la final entre Bélgica y Checoslovaquia, los checoslovacos se marcharon en mitad del partido en protesta por el arbitraje. Estas cosas pasaban mucho antes. La organización montó entonces un nuevo torneo para disputarse las medallas de plata y bronce. Y ahí, la España de los padres fundadores pudo con todos.

En Amberes nació la furia
De aquella brillante actuación, de una jugada en concreto, nacería la leyenda de la «furia española». En las semis del torneo por la plata, España se jugaba el bacalao contra los suecos, que se adelantaron en el marcador y se dedicaron entonces a contener a base de patadas al ataque español. Aguantando los nórdicos el 1-0 a base de una violencia consentida por el árbitro, aquellos primeros peloteros de la Roja no encontraban el modo de igualar el choque. Ni Samitier, ni «Pichichi» ni ninguna otra de nuestras estrellas encontraba un resquicio en la muralla nórdica. Todas sus finas combinaciones eran truncadas por una patadón o una zancadilla. Hasta que en el minuto 6 de la segunda parte, a José María Belausteguigoitia, un robusto medio centro del Athletic más conocido como Belauste, se le terminaron de inflar sus vascongados bemoles. Belauste, con sus 193 centímetros de estatura y a fuerza de practicar deportes como el lanzamiento de palanca, se asemejaba bastante a un armario. Cuando Belauste vio que su compañero en el Athletic y en la recién creada selección española, Sabino Bilbao, avanzaba con el balón controlado, temeroso de que los suecos desbarataran de nuevo a base de tarascadas la jugada, lo tuvo claro. Arrancó decidido hacia el área rival y desde allí le pidió el balón a su compañero con un grito que pudo oírse en todo el estadio y que haría historia: «¡Sabino, a mí el pelotón, que los arrollo!». Y cuando Sabino se la puso con precisión, los arrolló, vaya si los arrolló. Con el mismo brinco con el que controló el balón con el pecho, él, el cuero y los tres defensas suecos que intentaron frenarle acabaron empotrados en la portería. El único periodista español que vio el partido describió aquello como un «gol hercúleo». Después, Acedo marcaría el 2.-1 y Suecia marraría un penalti en los instantes finales del encuentro, pero el lance que marcaría el choque fue el gol de fe y poderío que marcó Belauste.

Tan impresionante fue la jugada, que al día siguiente un periódico holandés hablaba de la energía de los jugadores españoles y recuperaba el término con el que se bautizó el saqueo de la ciudad de Amberes por las tropas españolas de Felipe II allá por 1576 para referirse al coraje y la entrega de Belauste: Había nacido la «Furia española».
En este, como en todo relato épico que se precie, historia y leyenda se confunden. Han circulado varias versiones respecto al grito de Belauste. Algunos testigos negaron que se produjera la famosa frase, otros dicen que Belauste le pidió el balón a su compañero en euskara, gritándole simplemente, ¡Sabino, aurrera!, o lo que es lo mismo, Sabino adelante.

Lo que sí está constatado históricamente es la aversión que Belauste sentía por lo rojigualda una vez abandonaba el terreno de juego. Con igual tozudez con que sobre el pasto defendía los colores de España, fuera de ellos hacía gala de un compromiso inquebrantable con el nacionalismo vasco. Belauste militó desde joven en el PNV, formación que sólo abandonó para fundar la que sería una de sus escisiones radicales, Acción Nacionalista Vasca. Eso sería en 1930. Ya antes, en 1922, había tenido que exiliarse en Francia después de que en un mitin en Bilbao se le acusara de gritar «Muerte a España». También fue condenado a prisión por su actividad subversiva, condena de la que fue indultado por el rey Alfonso XIII, el mismo que después le entregaría algunas de las 6 copas del Rey que conquistó con su Athletic.

Tras la Guerra Civil, acontecimiento que le deprimió sobremanera, Belauste se exilió en México, donde siguió haciendo gala de su aversión por el país cuya historia deportiva contribuyó a engrandecer. La biografía de este pionero héroe de la Roja es un buen ejemplo de la contradictoria relación que tienen con España algunos de sus hijos. Belauste moriría en México D. F. el 4 de junio 1964,,mes y medio después de que España levantara en el Bernabeu su primera Eurocopa, un éxito que también era un poco suyo. Al fin y al cabo, detestar a España, no es más que una manera muy extendida, aunque a mi parecer errada, de ser español.


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